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Primarie del centrosinistra: hanno davvero perso i social media?

12.03.2012 · Posted in cose di internet

Ho letto con interesse le riflessioni di Dino Amenduni sull’esito delle primarie del centrosinistra e le sue riflessioni sulle conclusioni che possiamo trarre a proposito di comunicazione politica. Dice Dino:

Ha vinto il candidato (tra i tre principali contendenti) con il numero più basso di ‘mi piace’ su Facebook e follower su Twittersia per dato assoluto che per incremento medio giornaliero. Con buona pace di twitterometri, Klout, hashtag giornalieri e analisi del sentiment. Questo, a mio avviso, è il dato politico più potente di queste Primarie: esiste uno scollamento forte, abbastanza atipico nei paesi occidentali, tra il comportamento dell’elettorato (di centrosinistra) e ciò che accade online.

A me però è venuto un dubbio a cui non so dare una risposta chiara, per cui lascio a voi le domande perché, insieme, ci si possa riflettere: e se questo giudizio dipendesse da uno sguardo “televisivo”, “mass-mediale” dei social media? Se il successo o meno dei social media in una campagna elettorale non fosse misurabile numericamente sugli account dei candidati ma dovesse essere valutato sulla base delle conversazioni che nascono e/o si sviluppano in Rete, indipendentemente dai candidati?

5 Responses to “Primarie del centrosinistra: hanno davvero perso i social media?”

  1. Gloria Aurora Sirianni scrive:

    Penso che sì, dovrebbero contare più le conversazioni e le interzaioni positive. Il ‘mi piace’ è spesso (almeno per me) dato alla singola esternazione …
    Inoltre, in un’Italia invecchiata, quale l’età media degli utenti di twitter e FB? E quale è l’età media dei bersaniani?
    Mi pare ci siano troppe variabili da prendere in esame, per dare un giudizio …

  2. Io proverei a dare una spiegazione ancora più banale. L’elettore che va a votare alle primarie del PD (un partito chiaramente affetto da processi di sopravvivenza acuta) vota per ridare energia al partito, non per cambiarlo.
    Il voto delle primarie é visto da molti come l’unico voto di sinistra utile. Può sembrare banale ma non lo é. E’ un voto facile, senza conseguenze dove si vota per la speranza tenendo sempre presente il passato.
    E’ l’unico voto di una votante di sinistra (o diciamo di quella zona) che no lo fa sentire frustrato.
    Votare altra persona che non sia Bersani voleva dire votare il nulla. Bersani é l’unico che ancora rappresenta il passato, una specie di Sinistra, quella che ancora può funzionare sulla base di una identità collettiva e un immaginario collettivo. Attenzione, per me non lo rappresenta per nulla, pero mi sembra di capire che é quello che sta succedendo in Italia. Nel fondo il nuovo fa paura, e anche se nessuno degli altri candidati era effettivamente nuovo, nessuno di loro poteva rappresentare una identità, anche se becera, mezza morta, sorpassata. In quel senso i social network hanno giocato a fovore di Bersani, perché è un mezzo nuovo che etichetta chi lo usa. Cosa che succede proprio perché questi politici usano in modo sbagliato i Social Network, li usano solo per avere un nuovo canale, e giustamente per affibbiarsi una immagine “nuova” e “moderna”.

  3. daniele scrive:

    Dico solo che nella mia piccola realtà, Vernazza, Cinque Terre, sul totale di 78 elettori circa 10 eravamo al di sotto dei 40 anni. Credo che la maggior parte degli elettori stessi alla parola social network possa dire: eh?? cosa?

  4. @claudioc scrive:

    Gli elettori delle primarie sono largamente fuori dai social media, o lo sono in forma abbastanza passiva su fb. I fattori che determinano gli orientamenti elettorali in Italia sono ancora abbastanza “primitivi”. Nel centro nord ha pesato un’onda “grillesca” che esiste all’interno del PD che ha premiato chi poteva cambiare gli assetti interni al “sistema di potere” emiliano, umbro e toscano. Al Sud ha pesato la forza di influenza dei diversi opinion leader locali. Al nord e nelle grandi città esiste uno “zoccolo duro” di organizzazione del partito che ha dato una buona prova, supportato in molti casi dalla capacità di attrazione che Bersani ha saputo esercitare sulla CGIL e sull’elettore più tradizionale del partito, che ha espresso la preferenza sulla alternativa tranquilla alla guida del paese. La stratificazione tra: vecchie forme della comunicazione politica, impatto della televisione sul primo turno e “élite tecnologizzata” (ancorchè molto larga) hanno portato al risultato, che abbiamo visto. C’è poi da sottolineare che l’uso dei social media da parte dei candidati è assai limitato e lasciato gestire in forma rudimentale da gruppi di fans invasati. Sarebbe più interessante valutare che cosa qualitativamente hanno fatto i candidati con Twitter, piuttosto che valutare quello che Twitter ha fatto quantitativamente per i risultati dei diversi candidati. Buona giornata

  5. “e se questo giudizio dipendesse da uno sguardo “televisivo”, “mass-mediale” dei social media? Se il successo o meno dei social media in una campagna elettorale non fosse misurabile numericamente sugli account dei candidati ma dovesse essere valutato sulla base delle conversazioni che nascono e/o si sviluppano in Rete, indipendentemente dai candidati?”, be’, potrebbe essere.

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