la tigella un blog che non è un blog

Pausa.

05.23.2012 · Posted in comunicazioni di servizio

Il tempo, sul web, si misura in maniera molto diversa rispetto alla “vita reale”. E’ passato poco più di un anno da quando ho iniziato, in maniera del tutto spontanea, pensando al momento e senza una visione di prospettiva, a raccontare attraverso Twitter quello che vedevo succedere nel mondo mentre succedeva.

E’ stato un anno intenso, così intenso che infatti ho l’impressione abbia coperto un intero decennio della mia vita tante sono le cose che ho fatto, le persone che ho incontrato, le amicizie che sono nate e si sono consolidate, quelle che pensavo essere amicizie che sono finite lasciando un senso di amaro.

Ho fatto tante cose in questo anno e un po’. Le ho fatte bene? Le ho fatte male? Non lo so, non sta a me dirlo. So, però, di averle fatte mettendoci sempre il meglio di me stessa, tutte le energie di cui disponevo, la creatività, il senso di responsabilità, cercando di imparare da tutto e da tutti, riflettendo molto prima di fare qualsiasi cosa, incontrando, quindi, anche aspetti di me che non conoscevo e imparando a essere quella che sono.

Non sono una giornalista e non ho mai preteso di esserlo, però ho sempre cercato di affrontare quello che facevo con il massimo di responsabilità e serietà, al punto da risultare a molti “antipatica” perché fredda e distante. Sono abbastanza consapevole della potenza del mezzo che utilizzo per non lasciarmi andare a facili retweet di notizie non verificate preferendo sempre arrivare tardi ma arrivare con la certezza di quello che stavo raccontando, nonostante Twitter sia lodato per la sua rapidità.

Posso fare l’ultimo esempio in ordine di tempo, per spiegare cosa intendo. Sabato 19 maggio, intorno alle 23.30, ero su un treno della metro di Chicago e stavo tornando verso casa dopo oltre 8 ore di marcia in manifestazione, un paio di scampati rischi di arresto, aver visto arrestare persone e aver assistito all’investimento da parte di un furgone della polizia di un ragazzo che conosco. Scorrevo la timeline di Twitter per vedere cosa succedeva nelle strade di Chicago e se le persone che conosco erano in salvo, sulla via di casa o in pericolo da qualche parte. Mi passa davanti agli occhi un tweet in cui si dice che Tim Pool, uno dei più noti livestreamer di Occupy, è stato arrestato mentre tornava a casa insieme ad altre due persone. Il retweet mi avrebbe preso pochi secondi. Invece sono andata a cercare conferme e, come prima cosa, ho guardato la timeline di Tim Pool per scoprire che aveva twittato 13 minuti dopo l’annuncio del presunto arresto. Con un giro di verifiche e messaggi diretti ho scoperto che Tim e gli altri non erano stati arrestati, “solo” fermati dalla polizia mentre rientravano in auto e, con pistola puntata, erano stati invitati a scendere, consegnare le attrezzature per riprese e livestream, perquisiti, cancellato parte del materiale girato e poi lasciati ripartire. Insomma, in dieci minuti ho evitato di far circolare una notizia falsa che, invece, mi avrebbe richiesto solo pochi secondi per essere diffusa.

Racconto questo episodio perché è un modo per far capire meglio in cosa consiste la cosa che faccio, che io chiamo lavoro perché la affronto con la stessa serietà con cui affronto il lavoro, anche se, spesso, non è pagata. Non so se questo modo di fare sia giusto o sbagliato, se ce ne siano di migliori. So che la social media curation è nata da poco e si evolve e si definisce mentre le persone la fanno. Non esistono regole assolute, non ancora.

Racconto questo episodio anche per dire che per me questa è una grande, grandissima passione. A volte mi permette di pagare qualche bolletta, a volte no, ma resta sempre, in tutti i casi, una passione, qualcosa che faccio per il piacere di scoprire storie, raccontarle e farlo bene o, almeno, nel miglior modo che posso, mettendoci tutto quello che so e posso metterci. Non ho mai pensato di farlo per un obiettivo lontano, ma sempre pensando alle storie che stavo raccontando, alle persone a cui stavo dando voce. Non ho mai desiderato visibilità, non l’ho mai cercata e non è uno dei miei obiettivi. E nemmeno uno strumento per ottenere altri obiettivi (che, peraltro, nemmeno ho).

Racconto questo episodio per spiegare che quando una passione, per quanto grande e bella, diventa qualcosa che fa soffrire forse è giunto il momento di staccare un po’ la spina e dedicarsi ad altro. Non che sia il lavoro che faccio a farmi soffrire, ma tutto il contesto in cui mi trovo, la visibilità che mi pone come obiettivo di chiunque in qualsiasi momento, la difficoltà a concentrarmi sulle cose che faccio e che voglio fare al meglio quando, intorno, c’è un gran rumore di fondo.

Ho scritto tutto questo per dire che, forse, è il caso che mi prenda una pausa, non so quanto lunga. (E dato che già sento le critiche: no, prima finisco il lavoro sulle cose fatte/viste/incontrate/conosciute intorno a Occupy a New York e Chicago).

15 Responses to “Pausa.”

  1. simone tolomelli scrive:

    manca la pur pochissimo utilizzata Breve (8/4) :)

  2. tigella scrive:

    :-)

  3. Sei brava, con pochi altri bravissimi sei una pioniera in Italia.
    In bocca al lupo, e buona pausa.
    E speriamo sia biscroma.

  4. Matteo Grandi scrive:

    credo che il rumore di fondo si venga a creare quando ciò che fai suscita interesse. tanto più il tuo lavoro è interessante, tanto più grande sarà il rumore di fondo e maggiore sarà la visibilità/notorietà. questo può essere molto gratificante, ma al tempo stesso anche molto stressante e alle volte doloroso. immagino che sia difficile riuscire a gestire una cosa così grande, specie quando ci si espone tanto a livello personale come fai tu. ma il motivo per cui il rumore di fondo che la tua passione (o il tuo lavoro) scatena è così grande è che quello che fai lo fai bene e che tutto questo ha un significato per moltissime persone che ti sostengono. pur comprendendo (o credendo di comprendere) le ragioni che ti hanno portato a scrivere questo post, spero che ripenserai a questa decisione e cambierai idea perché la tua voce è ormai diventata molto importante nel panorama dell’informazione (o della controinformazione) italiana (con tutte le conseguenze positive e negative che questo comporta) e il tuo silenzio lascerebbe senza dubbio un grosso vuoto.

  5. Buona pausa, se ne hai bisogno. Immagino la fatica, immagino le invidie, immagino le gratuite maldicenze, immagino il tuo fastidio e la stanchezza. Ma vedrai che, se è una passione (come io credo che sia), ti basterà una pausa breve, forse brevissima. Un abbraccio.

  6. Claudia dVM scrive:

    Claudia, ti “conosco” GRAZIE a twitter. Vorrei confermarti che arriva forte e chiaro, quello che ci metti, comprese le pause. BRAVA.

  7. E’ capitato a tutti, anche io e Marco Nurra abbiamo staccato per settimane, in questi 2 anni, ma col vantaggio di darci il cambio fra noi due. Riposati quanto vuoi, poi vedrai le cose in maniera diversa. Massima stima + amicizia.

  8. Come dice Michele nel commento sopra, una pausa ogni tanto è doverosa per tenere a bada lo stress. Quindi spegni le reti sociali e goditi il meritato riposo. Al tuo ‘risveglio’ ti sentirai rinvigorita e piena di energie. Un abbraccio!

  9. francesco scrive:

    Fai bene!

  10. Che bello. Scoprirai cose meravigliose cresciute di nascosto nel tuo giardino, mentre eri impegnata a guardare orizzonti sempre più lontani.

  11. Carla Francini scrive:

    : )

  12. Carla Francini scrive:

    Cara Claudia,
    ti avevo scritto che avrei risposto al tuo articolo “Pausa”. Ho riflettuto un po’ e sono qui a scrivere.
    Come vedi chiamo il tuo “Pausa” articolo, perché credo ne abbia pieno diritto.
    Mi ha colpito, ciò che hai scritto è molto interessante quanto semplice da capire, ma i temi che apri sono moltissimo e bisognerebbe penso articolarli e per i tempi che viviamo, inoltre, sono da riferirsi, come introduzione, ad un ampio dibattito pubblico e anche accademico.
    Ripeto e …articolo:
    …”il tempo, sul web, si misura in maniera molto diversa rispetto alla “vita reale”…
    …”ho iniziato, in maniera del tutto spontanea, pensando al momento e senza una visione di prospettiva, a raccontare attraverso Twitter quello che vedevo succedere nel mondo mentre succedeva”…
    …”tante sono le cose che ho fatto, le persone che ho incontrato, le amicizie che sono nate e si sono consolidate, quelle che pensavo essere amicizie che sono finite lasciando un senso di amaro”…
    …”So, però, di averle fatte mettendoci sempre il meglio di me stessa, tutte le energie di cui disponevo, la creatività, il senso di responsabilità”…
    …, cercando di imparare … riflettendo molto prima di fare qualsiasi cosa…”
    Hai scritto, inoltre, che “Non sono una giornalista” e “però ho sempre cercato di affrontare quello che facevo con il massimo di responsabilità e serietà”.
    Ora – dopo aver articolato, anche visibilmente- arrivo al punto e vorrei spiegare o sottolineare perché mi ha colpito il tuo testo.
    “Sono abbastanza consapevole della potenza del mezzo che utilizzo per non lasciarmi andare a facili retweet di notizie non verificate preferendo sempre arrivare tardi ma arrivare con la certezza di quello che stavo raccontando, nonostante Twitter sia lodato per la sua rapidità”.
    L’esempio che riporti è illuminante e credo ti trasporti al centro della realtà e del dibattito, infatti hai ragione, si comprende benissimo in cosa consiste quello o “la cosa” che fai.
    Tu lo chiami lavoro, io vorrei chiamarla e forse suggerire “partecipazione” al dibattito pubblico, “public reasoning” che è quello di cui oggi, più di ogni altra cosa abbiamo bisogno qui soprattutto nelle nostre città, così come nella nostra Europa.
    La “cosa” che hai fatto di verificare la notizia – come direbbe un giornalista- prima di inviarla, porta all’attenzione concetti importanti di giornalismo, sottolineo questo perché all’inizio da qualche parte scrivi … non sono una giornalista, ma qui stiamo parlando anche dell’importanza di avere una tessera professionale e dell’esprimersi e parlare come tale sullo stesso piano.
    Perché scrivo e voglio sottolineare questo? Perché il punto che hai fatto controllando il tuo Tweet, è il “Punto”, ed é proprio quello che fa il giornalista nel proprio lavoro, ovvero il controllo della notizia e della fonte.
    Infatti sempre le notizie – che rappresentano la realtà – devono essere verificate oppure supportate da fonti “chiaramente identificabili” o note e riferibili (questo si trova nel caso del giornalismo anglosassone nei diversi testi di riferimento e codici deontologici), e questa è – o dovrebbe essere – la norma e regola imprescindibile del giornalismo.
    Le regole del social media curation è un altro tema interessante e chiave, che meriterebbe essere discusso sul piano del “contesto e social media” in particolare.
    La passione è importante ed è sempre quello che permette di fare cose che offrono e portano con sé un cambiamento, per cui comprendo che tutto ciò ti abbia fatto soffrire.
    Ma spero che la passioni ti porti ad andare avanti, dopo la tua…Pausa
    Grazie!

  13. valeria scrive:

    Abbiamo classificato i politici italiani incrociando i risultati dei principali social network e dei più diffusi motori di ricerca. Ecco la fotografia 2.0 della politica italiana e non solo. http://www.politicount.it/

  14. [...] L’ha scritto qualche mese fa Claudia Vago, aka Tigella, sul suo blog. [...]

  15. Johna836 scrive:

    It’ll also save a lot of cash and time for those on a restricted budget who fekeeccffgbe

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