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La partecipazione politica e la rete: che fare?

09.20.2011 · Posted in cose di internet

E’ da quando ho iniziato a seguire via twitter la rivolta tunisina prima e quella egiziana poi che sento chiedere, mi sento chiedere e mi chiedo quale sia il ruolo dei social network nelle rivoluzioni e, più in generale, nell’influenzare la partecipazione politica.

Domenica 18 settembre sono stata invitata a parlare proprio di questo tema a Torino insieme a Juan Carlos de Martin. Per prepararmi all’incontro, quindi, ho riletto un po’ di articoli e analisi di diversi autori rappresentanti di diversi punti di vista, dagli entusiasti fino a coloro che negano ogni tipo di influenza dei social network sui cambiamenti politici e sociali.

Pur non avendo una mia risposta al quesito, sono abbastanza sicura che l’approccio migliore sia quello moderato di chi ritiene che i social network da soli non facciano le rivoluzioni ma di certo sono strumenti molto potenti nelle mani degli attivisti (così come dei governi repressivi, è sempre bene ricordarlo).

La grande questione, secondo me, è sul “come” questi strumenti possono essere usati per creare e facilitare la partecipazione politica, il dibattito costruttivo, l’elaborazione di pensiero e strategie, il dialogo permanente tra eletti e elettori.
Nel nostro Paese, per esempio, non esistono ancora esempi di uso positivo della rete in quanto strumento di partecipazione politica. Certo, nelle recenti campagne elettorali, per le amministrative e i referendum, la rete è stata spesso al centro dell’attenzione, anche dei mass media tradizionali: le #morattiquotes, il caso della moschea abusiva a #Sucate, persino l’affermazione di orgoglio #iohovotato e molti altri esempi hanno bucato la rete approdando ai media tradizionali ma essendo sempre una “reazione” a quanto avvenuto e non un tentativo di inventare nuove forme di fare politica usando la rete e le sue potenzialità.

Cosa si può fare? Non lo so. Eh lo so, magari vi aspettavate una risposta. Invece ho solo tante domande. E una di queste è: perché non guardare quello che si fa altrove e provare ad adottarlo declinandolo secondo la nostra realtà e le nostre esigenze?

Penso, in particolare, ai #tweetnadwa che sono nati in Egitto dopo la rivoluzione. I TweeNadwa sono, letteralmente, dei simposi via twitter, degli incontri a metà tra il reale e il virtuale in cui blogger, attivisti e personalità di vario tipo si ritrovano per discutere di un tema dato. Chi può interviene fisicamente nel luogo dell’incontro, gli altri seguono e dicono la propria via twitter utilizzando l’hashtag #tweetnadwa. Gli interventi verbali sono limitati a 140 secondi, i contributi di 140 caratteri che arrivano via twitter vengono proiettati su un twitter wall alle spalle di chi parla. Gli incontri possono essere trasmessi in streaming, messi a disposizione per la visione a partire dal giorno seguente, raccolti in Storify che ne raccolgono i passaggi salienti e i contributi più significativi.

L’intelligenza egiziana si riunisce e utilizza le potenzialità della rete per confrontarsi, elaborare proposte e rivendicazioni comuni, organizzare azioni nel reale.

E’ esagerato immaginare qualcosa di simile anche nel nostro Paese? Non abbiamo forse un grandissimo bisogno di mettere insieme le migliori menti e le migliori idee in circolazione per elaborare proposte e azioni comuni, in grado di incidere davvero nel desolante panorama che ci circonda?

Forse non servirà a nulla, ma di certo provarci richiede appena poco più sforzo di fare un tweet con gli hashtag-gioco del giorno di fronte ai quali diventa davvero molto difficile dare torto a Malcolm Gladwell.

8 Responses to “La partecipazione politica e la rete: che fare?”

  1. Perchè no ?!

    Anzi mi piace a dirla tutta come proposta !!

    Io preferirei un hastag in italiano, se non sbaglio #iohovotato lo hai lanciato tu.

    Proponi ed io ti seguo, nei miei limiti di tempo naturalmente.

    Bye.

  2. cementino scrive:

    Mi pare un’ottima proposta. Quest’estate Civati pubblicizzava non so che workshop in centro Italia a cui mi sarebbe piaciuto partecipare ma non esisteva niente del genere. Una cosa di questo tipo è importantissima ed ha il pregio di essere a costo quasi zero. Laddove non ci pensasse l’organizzazione un volonteroso che sia presente in loco a dare voce ai tweet è tutto quel che serve. Lo streaming video, però, o quantomeno audio, sarebbe abbastanza necessario e la vedo difficile da fare artigianalmente se non c’è collaborazione da parte dell’organizzazione. Ma magari basta solo chiedere.
    Forse ci sarà qualche difficoltà dovuta al fatto che in molti sono del d’alemiano parere che la politica vada lasciata ai professionisti, disciamo, o che temono delle derive populiste.
    Certo, si parla ancora di agganciarsi a qualcosa di organizzato tradizionalmente, ma è pur sempre una spinta dal basso verso l’alto.
    Ma tipo un podcast periodico in crowdsourcing, trasmesso in streaming e poi su iTunes? Idea proprio uscita dal caffé dopo pranzo, non ne avrei le competenze tecniche.

  3. Se c’è una cosa che si capisce dai lavori di Vincenzo Cosenza è che ogni paese ha le sue caratteristiche sociali e culturali per prediligere un social network piuttosto che un altro. E, sinceramente, twitter non mi sembra un social network per il bel paese. Credo per motivi legati alla lingua e all’attitudine ad usare questi strumenti. Questo se siamo interessati ad un utilizzo “di massa” altrimenti se parliamo di elites il discorso cambia. E’ probabile, però, che si debba abbandonare l’idea un po’ semplificata che ci debba essere “una” sola piattaforma per tutto. Se siamo diventati una società liquida e moltitudinaria è nelle cose che ci si ritrovi per gruppi di affinità. Come dire che se il media è il messaggio, ognuno sceglierà quello più consono. In fondo è vero che ha funzionato l’hashtag #iohovotato ma è anche vero che contemporaneamente molte altre persone hanno usato l’sms, facebook, la mail, la chiamata all’amico, il volantino, ecc.

  4. Diego Acampora scrive:

    Prima di avviare il discorso sulle potenzialità tecnologiche, mi vengono in mente alcune questioni, che vanno a sommarsi a quelle cui facevi riferimento, Claudia.
    Proviamo a guardare le adunate digitali da una prospettiva utilitaristica, e dalla parte dell’emittente durante la comunicazione. Parto da qui, perchè sui destinatari è chiaro che la faccenda è più semplice, essendo gli utenti della Rete, più o meno attivisti, i primi ad approcciare ai contenuti provenienti da questi consessi. Da qui il problema sul come poi questi contenuti possono essere esportati all’esterno, su come possano cominciare ad incidere sulle scelte che anche altri attori stanno compiendo. Penso che le elaborazioni e le proposte che nascono quando si discute tra addetti ai lavori facciano un pò di fatica, in un secondo momento, ad attecchire sia nel mare della comunicazione orale che in quello digitale. In modalità diverse, ma in entrambi i casi scontiamo il fatto che l’informazione e la riflessione di una minoranza sono pressochè “evitate” su altri palinsesti. E che questo legame che appare spezzato tra le lotte, rende la coesione di certi argomenti un pò più ardua.
    In questo momento sono in fase di gestazione alcuni passaggi di narrazione della Lotta, per esempio partendo da #strugglesinitaly, nel tentativo di riannodare i fili del discorso scrivendone in lingua straniera. Noi abbiamo evidente bisogno di poterci raccontare all’esterno e di disegnare una mappa coerente di ciò che si muove nel nostro paese, anche per ri-farci le idee in proposito, per capire dove sono arrivate certe lotte e metterle in comunicazione (mi sovviene la lotta NoDalMolin, su cui è calato un velo).
    Oltre questo livello narrativo sta poi un discorso sul miglior mezzo per la diffusione delle istanze che provengono dai simposi e dalle sale di discussione. E cioè finchè siamo nel puro digitale, non abbiamo troppi problemi ad esserci, in Rete. Il punto è che tali proposte andrebbero poi portate all’esterno, quasi “fisicamente”. Non tanto e non solo con la propria presenza all’evento di piazza isolato, quanto nel fare da “messi ambasciatori” verso il mondo che cosi digitale non è. Dovremo provare a contattare e ad incontrare le realtà che in Italia offrono disponibilità al dialogo e all’interconnessione delle lotte/narrazioni. Realtà che già comprendono l’urgenza di un “contarsi” e far vivere ciò che raramente emerge nel marasma comunicativo, come la Fiom nell’arena della lotta No-Tav.
    Mi chiedo, forse ingenuamente, se non dobbiamo, come internauti, concentrarci anche sui poco o per niente internauti….
    [...]
    Quanto all’organizzazione di eventi come quello egiziano, li immagino come appuntamenti che si tengono nelle città principali, in contemporanea, permettendo a chiunque non sia presente fisicamente, di accedere a qualsiasi simposio tra quelli che si stanno tenendo. Anche perchè le discussioni, con questo regolamento, si svilupperanno ciascuna su propri canali e quindi l’approccio alle sale di discussione salterà di tema in tema, di taglio in taglio, a seconda dei simposi e del proprio gusto.
    Poi magari sarebbe bello uno storify e storify dello storify :-)

  5. Ciao a tutti,
    se vi può interessare giovedì 22 a Milano parliamo di partecipazione politica in rete all’interno della Social Media Week. Maggiori dettagli qui: http://svel.to/2lq

  6. Marcello scrive:

    Segui, se vuoi, la nostra esperienza sull’Ideario per Cagliari. Stiamo provando a mettere su vari strumenti ed attivare processi con l’amministrazione. http://oratoccaanoi.ideascale.com/

    Se vuoi maggiori info sono a disposizione.

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