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Genova 10 anni dopo. Un esperimento di memoria collettiva

04.23.2012 · Posted in progetti

Ultima parte dell’analisi testuale che Francesca della Ratta ha effettuato sui ricordi che nel luglio 2011 sono stati postati nel blog #ioricordo Genova.

Se le avete perse, qui la prima, la seconda e la terza parte.

Per la nostra ultima puntata sull’analisi dei post di #ioricordogenova vi proponiamo una figura che consente di fare una sintesi delle parole più importanti analizzate finora. Nel riquadro che trovate sotto ritroviamo le parole della rabbia e della paura, i protagonisti, i luoghi e le emozioni che i nostri testimoni ci hanno consegnato. Nel grafico (ottenuto con l’analisi delle corrispondenze) le parole più significative sono disposte lungo un asse cronologico che – oltre a rappresentare alcune differenze nel ricordo di uomini e donne – ci riporta soprattutto alla scansione temporale con cui sono stati inseriti i commenti nel blog.

All’evoluzione cronologica della pubblicazione delle storie corrisponde un’evoluzione nei temi del racconto collettivo: la cosa interessante è che man mano che le storie venivano pubblicate queste tendevano a concentrarsi sugli eventi più crudi e violenti, quasi i racconti si condizionassero a vicenda nel loro susseguirsi.
Così, se le prime storie inserite nel blog ci presentano una maggiore variabilità di tematiche (il viaggio, le manifestazioni, i colori, le sensazioni, i media, gli sms, la memoria), negli ultimi giorni di luglio, in concomitanza con l’anniversario di Genova 2001, le storie insistono soprattutto sugli aspetti più crudi e drammatici della repressione del movimento e sulla sospensione della democrazia che si è verificata in quei giorni (odio, battaglia, vergogna, pistola, estintore, scudi, odore, fuoco, assassini, ammazzato, bottiglia, Black Block, bottiglia, fumo, tensione, panico, caricare).

Una visione di sintesi del testo: piano fattoriale genere e data di pubblicazione della storia nel blog

Clicca sull'immagine per ingrandirla

 

Infine, ci sembra importante proporvi un approfondimento su quello che nostri testimoni ci hanno riportato sulla Diaz, proprio nei giorni in cui è uscito nelle sale il bel film di Daniele Vicari, Diaz. E’ un film che fa male, che fa venire voglia di piangere, che lascia incredulo anche chi che sa bene che è tutto vero. Un film che ci fa interrogare su come sia stato possibile che andasse in scena questo delirio, questa follia collettiva. Che ci obbliga a domandarci se non abbiamo fatto troppo poco, se nonostante le manifestazioni, le inchieste e le discussioni, dopo 10 anni non è ancora stata fatta giustizia e se c’è qualcuno che ha dimenticato o che addirittura non sa.

E allora almeno dobbiamo provare a tenere il ricordo vivo.

Così siamo andati a ricercare la memoria nella memoria, estraendo dalle nostre storie tutti i pezzetti che contenevano la parola Diaz. Tra le storie che abbiamo raccolto a luglio non ci sono testimoni diretti del delirio di quella notte, ma i piccoli frammenti che trovate qui di seguito raccontano bene l’impotenza, la rabbia, l’incredulità, lo sgomento di quando si cominciò a capire che in Italia si stava verificando “la più grave sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la fine della II guerra mondiale”.
Molti dei nostri testimoni ricordano di non essersi trovati alla Diaz per caso o fortuna, perché avevano trovato un passaggio prima, o semplicemente perché avevano scelto di passare la notte altrove. E raccontano di aver ascoltato le prime notizie sull’incursione alla Diaz increduli oltre che impauriti per gli amici che erano rimasti lì, “immaginando il peggio” anche se poi purtroppo “la realtà ha superato l’immaginazione”, restando poi con quel “brutto misto di rabbia e sollievo che ti prende quando scampi un’ ingiustizia”.

E il ricordo angosciato di quello che era successo in quella scuola rimane ad aleggiare anche negli anni successivi, come ricorda uno studente di Genova che nel 2001 aveva 11 anni e che ci ricorda che la Diaz sarebbe rimasta una scuola come le altre, se non fosse per “le macchie di sangue ancora sui muri che vidi durante gli esami di maturità”. Don’t clean up this blood, appunto.

One Response to “Genova 10 anni dopo. Un esperimento di memoria collettiva”

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