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E se provassimo a guardare oltre il nostro ombelico?

10.25.2011 · Posted in politicherie

Mentre siamo impegnati a guardarci l’ombelico, come se Berlusconi fosse il centro del mondo e l’origine di ogni male, il 1 ottobre aTokyo si è tenuta una cerimonia durante la quale un primo gruppo di paesi  (Australia, Giappone, Canada, Corea del Sud, Marocco, Nuova Zelanda, Singapore  e Stati Uniti) ha ratificato l’Accordo ACTA (Accordo commerciale anti-contraffazione).

Alla cerimonia ha partecipato anche l’Unione europea che non ha ancora ratificato l’Accordo in attesa della conclusione delle rispettive procedure interne di approvazione.

Che cos’è l’Acta? Qui il testo in pdf in inglese e in francese.

Sandrine Béleir, giurista e attualmente eurodeputata per Europe Ecologie, ha scritto nei giorni scorsi un articolo per Slate.fr invitando ad aprire un dibattito pubblico sull’Acta che, come spiega, se fosse approvato porterebbe a una consistente riduzione delle nostre libertà pubbliche e a una sostanziale privatizzazione dei beni comuni.

E in Italia cosa aspettiamo ad aprire la discussione?

La debolezza di alcuni nostri dirigenti potrebbe portarci a cedere quello che resta delle libertà pubbliche e dei beni comuni in mano e per il profitto dei più grandi attori economici del pianeta.

Lo strumento per farlo: un trattato internazionale, un accordo commerciale anto-contraffazione detto “Acta”, negoziato nel più grande segreto e che rappresenta oggi il rischio di una riorganizzazione mondiale di cui alcuni possessori di brevetti e di diritti intellettuali sarebbero i padroni incontrastabili. Un trattato che impatta tanto il futuro della conservazione della biodiversità, dell’agricoltura, della salute, la cultura e le nostre principali libertà pubbliche.

A inizio ottobre, quando otto Stati hanno firmato il trattato Acta, due nuovi studi hanno gettato uno dopo l’altro il sasso che ha agitato le acque tranquille dei piccoli accordi tra Stati.

Incaricati dall’Internet Core Group dei Verdi europei, Douwe Korff, Ian Brown, rispettivamente membri della London Metropolitan University e dell’Oxford Internet Institute (Università di Oxford) così come Sean Flynn e Bijan Madhani dell’American University Washington College of Lawhanno appena dimostrato, punto per punto, il carattere incompatibile del testo con il diritto europeo.

Libertà pubbliche e digitali

Il primo studio, quello di Douwe Korff e Ian Brown, è relativo alla compatibilità del trattato con la Convenzione europea dei diritti dell’uomo (CEDH) e la Carta europea dei diritti fondamentali (CDEF).

Lo studio conferma che Acta riduce l’equilibrio dei diritti di proprietà intellettuale a principale beneficio degli aventi diritto. Secondo gli autori, le misure contenute nel trattato sono sproporzionate e contrarie a numerosi diritti fondamentali. Acta non garantisce una procedura giurisdizionale equa, come richiesto, segnatamente agli articoli 6 della CEDH e 47 della CEDF.

Altra incompatibilità: non impedendo il ricorso alla risposta flessibile e facendo pesare una responsabilità eccessiva sui fornitori di accesso a internet, Acta non garantisce il rispetto del diritto comunitario in materia di difesa dei diritti dell’uomo e di protezione dei dati personali.

Così come altri studi precedentemente condotti, tra i quali l’Opinione di Hanovre, le conclusioni di Korff e Brown non lasciano spazio ad alcuna ambiguità: trasparenza del processo di negoziazione, diritto a un processo equo, protezione dei dati e della vita privata, libero accesso all’informazione e libera diffusione delle conoscenze, altrettante disposizioni inscritte nel nostro diritto europeo violate da questo nuovo trattato.

Accesso ai farmaci

Centrato sulla compatibilità dell’Acta con l’accesso ai farmaci, il secondo studio, condotto da Sean Flynn e Bijan Madhani è altrettanto critico.

Secondo gli autori, le disposizioni vanno al di là degli accordi ADPIC firmati dall’Unione Europea e fanno pesare una reale minaccia sul futuro dei farmaci generici. Autorizzazione a sequestri e distruzione dei farmaci importati in seno all’Unione o in transito, su semplice sospetto di contraffazione, aggiramento dell’autorità giudiziaria, debolezza dell’onere della prova richiesto agli aventi diritto, allargamento della responsabilità e delle sanzioni giuridiche agli intermediari (i trasportatori, per esempio) quand’anche le loro intenzioni fraudolente non sarebbero stabilite, assenza di obbligo di indennizzazione degli importatori in caso di detenzione doganale abusiva di farmaci, ecc.

Così come in materia di rispetto dei diritti fondamentali, la lista di lamentele è pletorica e non è senza conseguenze in materia di accesso alle cure, tanto per le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo che per i cittadini europei. Occorre ricordare che l’accesso ai generici è una garanzia  per la continuità di accesso alle cure, in un contesto in cui i budget sanitari degli Stati membri dell’Unione non hanno smesso di ridursi e che un numero sempre maggiore di persone, per mancanza di mezzi finanziari sufficienti, abbandonano qualsiasi idea di sottoscrivere un’assicurazione complementare.

Assicurazioni che hanno appena annunciato, in seguito all’aumento della tassazione da parte del governo francese dei contratti di salute, un nuovo rialzo delle proprie tariffe del 4,7% per l’anno 2012.

Per una consultazione pubblica e cittadina.

In questo contesto, mi pongo una domanda oggi: possiamo accettare una nuova restrizione delle nostre libertà pubbliche e del nostro accesso alle cure? Il rilancio del dibattito dell’abrogazione di Hadopi in Francia, nel quadro della pre-campagna presidenziale 2012, rientra nel campo di questa domanda, tante sono le similitudini tra la Haute Autorité e le disposizioni del trattato anti-contraffazione in materia di internet e che la Francia mantiene un reale e forte influenza in seno al Consiglio europeo.

Ma al di là di Hadopi, riguardo alla portata di questo trattato e delle conseguenze che porta sulla vita quotidiana dei francesi e degli europei, sostengo che non risparmiarci un dibattito approfondito e aperto su Acta. La Commisisone europea deve lanciare una “consultazione” pubblica e cittadina prima di prendere qualsiasi impegno. Il ricorso della Corte di giustizia dell’Unione europea è una delle opzioni che resta aperta.

Il Parlamento europeo dovrebbe, verosimilmente nel corso del primo trimestre 2012, essere chiamato a pronunciarsi sulla ratifica del trattato, se la Commissione europea e il Consiglio confermassero, nelle prossime settimane, la loro volontà di firmare il testo.

Basti dire che al di là della sola responsabilità del Parlamento europeo, in seno al quale la maggioranza di destra sostiene fermamente l’Acta, la mobilitazione cittadina ma anche i risultati delle prossime scadenze elettorali francesi potrebbero pesare sulla bilancia. Dalla scelta del capo dello Stato e dalla prossima maggioranza parlamentare potrebbe dipendere il futuro di Acta e la garanzia dei nostri diritti più fondamentali. La Francia potrebbe giocare la sua influenza presso gli altri Stati membri per rifiutare l’accordo e costituire una maggioranza di blocco come ha saputo fare in altri campi.

L’articolo di Sandrine Bélier è tradotto da me. Segnalatemi eventuali imprecisioni.

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