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E’ grave, dottore?

04.04.2012 · Posted in cose mie

Scopro di avere una malattia. Oversharing dice che si chiama. Per spiegare cos’è sono stati scomodati fior di esperti.

“La definizione di oversharing è eccesso di condivisione di informazioni”, ci spiega Marco Deseriis – giornalista e PhD del New York University Department of Media, Culture, and Communication – “ma la prima domanda che dobbiamo porci è chi stabilisce che tale condivisione costituisce un eccesso”.

E già qui si pone una questione interessante: chi lo decide che c’è un eccesso? Lo decide chi legge, dice. Ma allora un’altra questione si pone immediatamente: chi obbliga a seguire qualcuno che ci propina un eccesso di condivisione di informazioni?

Poniamo che non possiamo proprio premere quel tasto “Unfollow” perché soffriamo di una rara malattia che ce ne impedisce l’uso. O forse non possiamo perché, tutto sommato, questo “eccesso” si traduce in poche decine di tweet su diverse migliaia di tweet totali. Che leggere di cosa si è mangiato a cena dopo che si è avuto il resoconto dettagliato di una manifestazione ad Atene, momento per momento e per ore, è tutto sommato un prezzo accettabile da pagare. O magari che la foto di una capretta non è nemmeno lontanamente paragonabile al continuo esporre pezzi del proprio corpo, in ogni contesto, ad ogni occasione. E anche fare la cronaca di una riunione politica a cui si sta partecipando è molto poco simile a un eccesso di condivisione di informazioni e assomiglia piuttosto a un tentativo di portare trasparenza là dove la trasparenza dovrebbe essere di casa: nei partiti politici, nelle istituzioni (penso ai vari parlamentari che twittano con #opencamera e #opensenato: eccesso di condivisione di informazioni anche per loro?)

Dice che in uno stream serio un tweet leggero «non è appropriato». Mentre cerco la legge che stabilisce cosa sia appropriato e cosa non lo sia su un social network, vi lascio con una frase: l’account Twitter è mio e me lo gestisco io. Nel senso che non rispondo a niente e a nessuno di quello che ci scrivo sopra e se da domani vorrò mettermi a parlare solo di uncinetto lo farò e liberissimi i miei follower di abbandonarmi se riterranno che l’uncinetto non è di loro interesse.

7 Responses to “E’ grave, dottore?”

  1. Non è proprio così semplice. Il twitter account smette di essere completamente tuo nel momento in cui chiedo ai lettori un contributo, sia in forma di concessa credibilità che in forma economica. Lo sanno bene giornalisti (forse meno bene quelli italiani) e lo sanno meglio ancora gli account commerciali…

    Senza poi andare a fare i pignoli a tutti i costi: nemmeno in origine l’account twitter è tuo, ma nasce dalla stipula di un contratto fra due parti. Twitter non è un mezzo libero e aperto (gratis non è free), anche se qualcuno può far finta di niente e passarci sopra.

    Di sicuro ti resta la libertà di pubblicare caprette e ricette, ma il “pubblico pagante” ha i suoi diritti, tra cui quello di replica.

  2. Mi pare che questa sia una questione piuttosto interessante e sento di concordare con quanto dice tenzurushi qui sopra. Dovremmo chiederci, e nel dibattito sul citizen journalism non mi pare una domanda di poco conto, quando un account su twitter smette di essere personale e diventa pubblico e dunque soggetto a quel patto fiduciario di credibilità che tenzurushi ricorda.
    Klout colloca l’account @tigella nella categoria “Pundit” così descritta: “You don’t just share news, you create the news. As a pundit, your opinions are wide-spread and highly trusted. You’re regularly recognized as a leader in your industry. When you speak, people listen.”
    Secondo Klout @tigella è un account in grado di “creare l’informazione” potendo contare sulla sicurezza di un’ampia diffusione determinata dal capitale reputazionale costruito nel tempo.
    Dobbiamo domandarci, allora, se a questo punto sia ancora possibile far coincidere l’identità di @tigella e quella di Claudia in scala 1:1. Io penso che non sia possibile, se non a costo di rompere, momentaneamente o permanentemente (qualora, come dici nel post, tu dovessi cominciare a parlare solo di uncinetto), il patto di fiducia stipulato con la propria audience.
    In quanto mediattivista, superato un certo limite, io penso che il tuo account non possa più identificarsi al 100% con la tua persona e per questo i tuoi tweet personali in questo contesto stonano e quindi risaltano sulla massa degli altri, diventando oggetto di interesse e notiziabili (con criteri, ovviamente, del tutto discutibili).
    Per un mediattivista il movimento va dalla dimensione di citizen – ovvero di persona privata – a quella di journalist – ovvero di figura pubblica riconosciuta. Per un VIP accade il contrario, poiché su twitter la sua immagine si muove dalla sua dimensione pubblica alla dimensione privata.
    In entrambi i casi si parla di disintermediazione, ma i vettori su cui si effettua sono diversi.
    In ogni caso non è una questione di regole o di morale e nemmeno di dogmi, piuttosto si tratta di esplorare un territorio che è ancora vergine in cui le pratiche quotidiane devono diventare oggetto di teoria (e dunque di metalinguaggio) per potersi migliorare di volta in volta.

  3. Così, da povero pirla, sono tutte cose che ho pensato tante volte. Siamo diventati tutti esibizionisti: ieri sera ho visto un mediometraggio ungherese con sottotitoli italiani, e alla fine ho dovuto reprimere la tentazione di scrivere su Facebook quanto mi fosse piaciuta la pellicola. A pensarci bene, roba da matti. Quando avevo vent’anni, andavo al cinema e, al massimo, parlavo del film con famigliari ed amici. Non capita spesso, ma francamente provo un po’ di imbarazzo per alcune cose che ho messo in rete quando ero arrabbiato, depresso o euforico. La foto della capretta era bella, ed onestamente non ho capito il senso di metterla fra le scarpe di Tizio e di Caio. Però l’eccesso di tweet può venire a noia, e la tua proposta di rimuoverti completamente assomiglia a quella di curare l’unghia incarnata con l’amputazione. Il vero problema forse è che tu Claudia, e chiunque faccia il tuo mestiere, hai smesso di “essere tua”. Come per gli scrittori, il lettore vorrebbe che tu ti comportassi come LUI vorrebbe; è una sottile forma di prepotenza che esiste da quando è stato stampato il primo libro o pubblicato il primo post.

  4. Secondo me in questo caso l’oversharing di cui parla l’articolo su Repubblica c’entra davvero poco: 2 tweet su centinaia di altri non possono essere la prova di una sovraesposizione volontaria della propria privacy.

    Sul discorso della dimensione pubblica/privata concordo con Flavio Pintarelli: superato un certo numero di follower – o creato un network sufficientemente omogeneo per tipo di contenuti – un personal media come un account twitter diventa qualcosa di diverso e più complesso da gestire rispetto all’uso “medio” dello strumento.
    Il “patto di fiducia” instaurato con chi legge e interagisce diventa più gravoso, sia in termini di tempo da dedicare a feedback e approfondimenti, sia per l’attenzione da porre al tipo di contenuti da veicolare. A dirla in maniera rozza: aumenta la responsabilità nei confronti di ciò che si dice e si fa.
    Sono sicuro che questo Claudia lo sappia benissimo e credo che nel suo uso del medium rientri anche il tentativo di trovare la giusta mediazione tra self-sharing (condivisione di informazioni personali) e content-sharing (condivisione di informazioni, commenti, materiali).

    Però: finché l’uso delle informazioni personali che un online “pundit” – per riprendere la classificazione di Klout – decide di mettere a disposizione è quello dello pseudo-gossip o del sensazionalismo come quello usato nella gallery fotografica linkata sopra, questo tipo di mix credo sia poco praticabile e abbastanza “pericoloso” da portare avanti: con rammarico, perché una versione aggiornata e interattiva del gonzo journalism, si adatterebbe benissimo al rifiuto dell’oggettività assoluta e alla condivisione di umori e esperienze personali di cui sono – anche – capaci i social media.

  5. Pino Grosso scrive:

    Secondo me anche in questi commenti si sta ricadendo nell’eccessivo spippamento che si ritrova anche su tuitter

  6. MariPont scrive:

    Non vi invidio affatto voi che quasi di mestiere lavorate in rete, per la rete, con la rete. Come fate a reggere anche il peso del virtuale oltre a quello gravosissimo della realtá quotidiana? Non era tutto piú semplice, vero e leggero quando appunto parlavamo del film ungherese davanti a na birra guardandoci in faccia?

  7. sei una gran donna

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