la tigella un blog che non è un blog

Diaz. Don’t clean up this blood. Impressioni a caldo

03.13.2012 · Posted in cose che mi piacciono

Diaz. Don’t clean up this blood è un film duro, doloroso, necessario.

Mi ero ripromessa di prendermi del tempo per assorbirne il colpo prima di scriverne, ma a 12 ore dall’uscita della sala sento il bisogno di parlarne, perché non riesco a smettere di ripensarci.

Per realizzare questo film Daniele Vicari ha letto tutti gli atti dei due processi collegati ai fatti della Diaz e di Bolzaneto. Pur non trattandosi di un documentario, le storie che si intrecciano nel film sono storie vere di persone che hanno partecipato alle manifestazioni, in qualche caso alle violenze, tutti sono stati coinvolti nella “macelleria” della Diaz e qualcuno anche di Bolzaneto.

Dice Daniele Vicari che una delle cose che lo ha colpito maggiormente nei racconti delle persone che hanno partecipato a quel G8 è la sensazione di non poter sfuggire al proprio destino. E così, nel costruire il racconto del film, Vicari riavvolge la storia tre volte, intorno a un episodio apparentemente marginale: un “pattuglione” della polizia passa davanti alla scuola Diaz e viene accerchiato da alcuni manifestanti poche ore prima dell’irruzione.

E così il filo della storia si riavvolge, siamo a venerdì, Elio Germano è a Bologna nella redazione del giornale in cui lavora, arriva la notizia della morte di Carlo Giuliani e decide di partire per Genova, perché vuole vedere con i propri occhi quello che sta succedendo.
Si vede la manifestazione del sabato, attaccata dai lacrimogeni sul lungomare. E poi il defluire dei manifestanti, quelli che rientrano a casa in pullman, quelli che cercano un treno, quelli che si fermano ancora per una notte. Alla scuola Diaz, dove c’è ancora posto per dormire in quello che nei giorni delle manifestazioni era il media centre del Genoa Social Forum.
E seguiamo i manifestanti dentro alla Diaz, viviamo insieme a loro i momenti precedenti l’attacco e poi l’arrivo della polizia e la “macelleria”, durissima e dolorosissima.

Ma il filo si riavvolge e vediamo la stessa storia dal punto di vista dei poliziotti mandati a irrompere nella scuola.

All’ultimo riavvolgimento del nastro siamo nelle stanze in cui l’irruzione viene decisa e organizzata e rivediamo tutta l’azione dagli occhi di chi di quella “macelleria” ha la responsabilità.

Ma non finisce così. I manifestanti vengono arrestati, alcuni portati in ospedale, altri in caserma a Bolzaneto dove si apre un’altra pagina di orrore: la detenzione e le torture (perché di torture si tratta).

Diaz è il film che ci voleva. Perché non fa sconti, non nega la presenza di componenti violente e racconta i fatti per come sono stati accertati dai processi. E mette in luce l’assurdità di quei giorni, “la più grande sospensione dei diritti democratici in un Paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, come ha scritto Amnesty International in un suo rapporto.
La circolarità della narrazione serve a a sottolineare l’ineluttabilità degli eventi, quel senso di non poter sfuggire al proprio destino che ricorre nei racconti di chi ha vissuto quell’esperienza con sguardo e registri diversi, per restituire la complessità della situazione.

Diaz è un film duro per chi in quei giorni c’era, per chi era altrove ma di quei giorni conserva un ricordo vivo. E’ un film doloroso, ma quel sangue non va cancellato dalla memoria: bisogna farsi coraggio e andare al cinema a vederlo.

Tags: , ,

Leave a Reply