la tigella un blog che non è un blog

Default, resistenza e reazione

11.03.2011 · Posted in cose di internet

Su tutta la questione degli hashtag #itadefault vs #italiaresiste vs #italiareagisci non ho molto da dire a parte alcune considerazioni.

Innanzitutto, anche se questo non ha a che fare con il caso in questione, credo ci sia un’attenzione troppo accentuata per i trending topic e una tensione esagerata per riuscire a portare il “proprio” hashtag nella classifica. Un tag in trending topic non è necessariamente più meritevole di attenzione di altri che non ci arrivano, non necessariamente riflette “l’aria che tira” quel giorno o in quel momento (su twitter, in rete o, ovviamente, nel Paese) e, soprattutto, non sono nemmeno sicura che l’essere nel colonnino garantisca più visibilità. Ma su questo aspetto sto ancora studiando e lavorando e mi riservo di tornarci quando avrò più elementi.

Ho messo volutamente “proprio” tra virgolette perché un hashtag non è mai di chi lo inventa. Giorgio Jannis scrive, molto giustamente, che «progettare spreadability di un hashtag è buona scommessa, visto che poi può accadere di tutto a quel segno, una volta immesso nei flussi vorticosi di una comunicazione rapida, nei torrenti delle segnalazioni spontanee, nei passaparola». Ed è per questo che mi fa sempre molto ridere quando qualcuno mi cita in tweet che mi attribuiscono la maternità di questo o quell’hashtag. A parte che spesso mi limito a rilanciare invenzioni altrui, anche ne fossi io l’ideatrice sarebbe assurdo che io lo rivendicassi. Un hashtag è di tutti coloro che lo utilizzano, che gli danno senso, che inseriscono il proprio frammento di discorso nel flusso della narrazione.

Perché è a questo che servono gli hashtag: creare narrazione, collegare frammenti, schegge per creare un mosaico dotato di senso. (A questo proposito segnalo il post di Giovanni Arata, che condivido in toto).

Inoltre, gli hashtag non devono necessariamente descrivere didascalicamente ciò di cui parlano. #OccupyWallStreet è l’hashtag che viene usato per segnalare iniziative e riflessioni intorno a quel movimento nato appunto con l’occupazione di Wall Street, ma non necessariamente iniziative e riflessioni che riguardano l’occupazione newyorkese.

#itadefault era un hashtag efficace: immediato, semplice da ricordare, sufficientemente breve e, soprattutto, si è diffuso molto rapidamente. La proposta di cambiare con #italiaresiste o #italiareagisci era assurda perché non si può, a tavolino, far invertire la rotta a decine e magari anche centinaia o migliaia di persone che, spontaneamente, si sono inserite in un flusso. E non importa quanto autorevole il proponente sia: «una volta immesso nei flussi vorticosi di una comunicazione rapida, nei torrenti delle segnalazioni spontanee, nei passaparola», per tornare a citare Giorgio Jannis, l’hashtag non è più di nessuno perché è di tutti e nessuno può fermarlo.

Per finire, un’ultima considerazione che ho lanciato con un tweet questa mattina: il mestiere dei giornalisti dovrebbe essere quello di raccontare la realtà, fornire strumenti per comprenderla. Se c’è, come da più parti si dice, un rischio default è compito dei giornalisti dirlo, spiegare cosa significa, quali sono le eventuali conseguenze. Alla speranza che l’Italia resista e reagisca ci pensiamo noi.

4 Responses to “Default, resistenza e reazione”

  1. [...] e perché non bisogna esagerare col dare credito al #. Una l’ha scritta Giovanni Arata, l’altra Claudia Vago. Share this:FacebookTwitterEmailLike this:LikeBe the first to like this post. [...]

  2. Non sono né riotta né de bortoli, quindi probabilmente non ti interessa quel che penso. E da un po’ penso se scrivertelo o meno nel timore che renda non percettibile la stima che ho di te e di quel che fai su twitter.
    Ma insomma mi decido, perché la vicenda dell’hastag rischia di farti perdere l’equilibrio. E’ strano leggere le prime righe di questo post scritte da chi si è stancata a forza di twittare e re-twittare per portare (obiettivo esplicito e non sempre o solo per cazzeggio) in TT un hastag. La battaglia dell’hastag rischia di far perdere di vista la realtà che dovrebbe come dire evidenziare: è la discussione se usare l’evidenziatore fucsia o giallo senza più ricordarsi cosa si sottolinea. Quel ‘sono il capo della polizia degli hastag’, pur con tutto il suo tono scherzoso (lo la regina degli hastag), poi quella ‘richiesta d’udienza’ (ricerca di riconoscimento?) a debortoli e riotta con cui avevi fatto a braccio di ferro, il mezzo inchino a quest’ultimo nel loro insieme hanno un effetto strano, che, come dire, stride con quello che sei e con quello che ho imparato ad ammirare (tantissimo) di te (più di quanto ammiri riotta o de bortoli). Scusa se mi sono permesso, ma resto convinto che le discussioni siano più utili delle paraculate.

  3. tigella scrive:

    Forse c’è bisogno di qualche spiegazione.

    Quel tweet “Attenzione, sono della polizia degli hashtag” https://twitter.com/#!/tigella/status/131457434077249537 era carico di ironia: da più di un’ora ricevevo mention in cui mi si chiedeva di pronunciarmi su quale hashtag fosse il caso di usare e la cosa mi faceva ridere, ho detto la mia (sostenendo, come nel post, che non fosse il caso di cambiare un hashtag che già viveva di vita propria) e poi mi è venuta voglia di fare la battuta.

    Detto questo, sono assolutamente d’accordo con te ed è un po’ quello che ho voluto dire in questo post: l’hashtag è un filo che collega, non è il messaggio. Concentrarsi sull’hashtag fa perdere di vista la sostanza di quello che si sta condividendo.

    Oggi, poi, ho voluto fare un esperimento: volevo capire se Riotta e De Bortoli fossero su twitter solo per avere un microfono in più da cui far sentire la propria voce, senza curarsi di quella degli altri, o se fossero disposti al dialogo. Visto l’atteggiamento sugli hashtag ero scettica, per questo ho voluto provare.
    Quindi ho scritto questo tweet https://twitter.com/#!/tigella/status/132064798056792064
    Francamente, il fatto che in pochi minuti Riotta leggesse il post e lo ricondividesse mi ha fatto molto piacere. Non per essere stata citata/linkata da Riotta, ma perché mi ha mostrato una persona aperta e disponibile, disposta a mettersi in gioco e a dialogare anche con una sconosciutissima utente twitter che lo tira in ballo criticamente.
    Nessuna piaggeria, autentica ammirazione per un gesto semplice ma, secondo me, molto significativo di un approccio che io ritengo corretto allo strumento.

    Finora non posso dire lo stesso di De Bortoli, ma magari quando torna al computer mi stupisce :-)

    In ogni caso, ti ringrazio molto di aver scritto e, con molto imbarazzo, ringrazio dei complimenti :-)

  4. Scusa torno solo ora. Grazie della risposta. I complimenti sono più che meritati :)

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