Content curation e i miei dubbi esistenziali
Sono ormai molti mesi che mi interrogo sul mio modo di lavorare con Twitter. L’aumento dei follower e, in qualche modo, il riconoscimento del mio lavoro da più parti mi ha spinta a una maggiore responsabilità nei confronti di quello che faccio, degli argomenti che tratto, delle persone che mi seguono e mi leggono.
Provo a proporre qui alcune riflessioni, per spiegare meglio il mio metodo di lavoro e per aiutare me stessa e chi legge a definire meglio il ruolo del curator.
Come scelgo gli argomenti da seguire
Questa è una cosa che mi viene chiesta spesso. Spesso mi si sollecita a occuparmi di temi che non passano nella mia timeline. Altrettanto spesso mi vengono segnalate notizie su cose che non sto coprendo. Innanzitutto, io sono una persona sola. Sembra banale ricordarlo, ma credo che spesso chi mi segue non si renda conto che non è semplice (e in alcuni casi è impossibile) avere gli occhi e la testa su più argomenti, su più luoghi, su più eventi.
Generalmente, quindi, prediligo eventi in luoghi del mondo che conosco o che trattano argomenti a me familiari, per cui mi è più facile capire di cosa si sta parlando per riproporlo a chi mi segue. Scelgo poi in base alla qualità e quantità di fonti che riesco a selezionare, e anche in questo caso il conoscere bene il luogo o l’argomento mi aiuta a distinguere chi ne parla con competenza e chi no. Il mio lavoro, poi, consiste nel raccontare i fatti dal punto di vista di chi usa la Rete: se una notizia non ha in Rete fonti particolari che la riportano o la raccontano a me manca la materia prima, anche si trattasse di eventi di grandissima importanza.
Per queste ragioni, per esempio, ho seguito (e continuo a seguire) la rivoluzione tunisina e tutto quello che è successo dopo, mentre per l’Egitto tendo a delegare la copertura a Marina Petrillo, che conosce la realtà e la storia egiziana molto meglio di me.
I limiti di questo lavoro
Innanzitutto, siamo sempre nel breaking news, difficilmente si ha tempo e modo di seguire una notizia quando non è più qualcosa che sta succedendo ora. Twitter è strumento votato alla contemporaneità e se io oggi vi raccontassi i lavori dell’Assemblea Costituente tunisina probabilmente non vi interesserebbe per niente, perché ora l’argomento sono i massacri in Siria e in Yemen.
Ci sono poi limiti più “tecnici”, che proverò a spiegare prendendo a prestito un pezzo di un post segnalato questa mattina su Twitter da Gianluca Diegoli.
1. La curation può avere senso solo nella misura in cui questa fornisca davvero un filtro qualitativamente valido che possa rimpiazzare il mio bisogno di consultare diverse fonti. Quando questa esigenza viene dimenticata, ed un canale curato diventa un ulteriore luogo di aggregazione generica e ripubblicazione, il risultato finale è solo che si ha più contenuto da esaminare e nessuno, o minimo, valore percepito.
2. La curation fatta con poca convinzione, dove l’obiettivo principale è ripubblicare i contenuti selezionati con il minimo sforzo e in poco tempo, risulta sensata solo nel (molto) breve periodo. Non appena i curatori di qualità, che creano reale valore, inizieranno ad emergere e ad ottenere autorità, il divario tra loro e gli altri sarà molto difficile da colmare.
3. La curation è un mezzo efficace per costruire una salda relazione con una tribù di appassionati utenti di nicchia da coinvolgere, non una strategia di marketing che si ripropone di avere un pubblico vasto di lettori in virtù di quantità ed ampiezza.
4. L’elemento chiave che fa funzionare la curation è la competenza ed il focus del curatore, e l’argomento che questi ha selezionato. Ripetuti sforzi per creare canali curati che mischiano ed incontrano argomenti ampi e molto competitivi, sono destinati ad avere breve vita.
Tra questi quattro punti si centrano alcuni dei disagi più grandi che provo quando mi occupo di raccontare qualcosa che succede nel mondo.
Per esempio, cerco di trattenermi il più possibile dall’abuso di retweet, specialmente di quelli che non aggiungono nulla alla notizia, commentano, ripetono qualcosa che ho già scritto o retwittato. Non mi piace invadere le timeline di chi mi segue di messaggi, tanto più se non sono in nessun modo utili ad aumentare la comprensione di un fatto. Quello che preferisco fare, una volta avuta conferma che è successo qualcosa, è fare un mio tweet, generalmente in italiano, in cui racconto cosa una o più fonti stanno dicendo, spesso in più di un messaggio. Anche perché altrimenti non è chiaro perché debba essere io a fare i retweet e non voi a seguire, direttamente, le mie fonti.
Questo non è sempre agevole. Spesso un tweet non ha spazio sufficiente per questo tipo di riassunti, non si riescono a citare le fonti da cui si è tratta la notizia, è difficile porre l’accento sulla certezza o la probabilità che l’evento si sia verificato…
Sento sempre più spesso, da qualche mese a questa parte, l’esigenza di uscire dalla gabbia di Twitter per la cronaca in diretta di un fatto. Il 15 ottobre ho sperimentato Storify, aggiornando in diretta il racconto delle manifestazioni nel mondo con i materiali che via via arrivavano attraverso Twitter. Uno strumento ancora migliore sarebbe CoveritLive, che non a caso viene usato dalle maggiori testate mondiali per fare esattamente il lavoro di curation e di cronaca in tempo reale di un evento. In questo modo non costringerei chi mi segue a leggere decine e decine di retweet al minuto e permetterei anche interazione da parte di chi vuole porre domande o aggiungere contributi.
Come mio solito, non ho risposte. Ho moltissime domande, la sensazione che il lavoro di curatore non possa ridursi alla selezione di fonti e ai retweet dei messaggi che passano, la voglia di inventare, sperimentare nuovi strumenti e la certezza di muovermi in un vastissimo terreno in gran parte inesplorato in cui tutto è ancora possibile.

“Il mio lavoro, poi, consiste nel raccontare i fatti dal punto di vista di chi usa la Rete: se una notizia non ha in Rete fonti particolari che la riportano o la raccontano a me manca la materia prima, anche si trattasse di eventi di grandissima importanza”.
“Sento sempre più spesso, da qualche mese a questa parte, l’esigenza di uscire dalla gabbia di Twitter per la cronaca in diretta di un fatto”.
Questi passaggi mi colpiscono. Il mondo è tutto: è quello che contiene la rete, è la rete stessa. Il problema è che per molti la rete, una parte di mondo (realtà?) tende sempre più a coincidere col tutto. Mi siedo alla scrivania o accendo lo smartphone e controllo “cosa accade”. Il “cosa accade” è, purtroppo, spesso raccontanto da chi, prima di noi, ha acceso lo smartphone o si è seduto alla scrivania. Condividere, fare retweet, “mi piace”, ecc. non sono che modi per amplificare l’esistenza di un evento, non per migliorare la qualità delle testimonianze relative a quell’evento. Scriviamo di ciò di cui scrivono gli altri: bootstrap della narrazione moderna.
Ma i testimoni diretti? Il web ci fornisce il “materiale” –> Scriviamo di e su quel materiale: scriviamo di web, in pratica, sul web –> Restituiamo al web il suo materiale –> Il web ci fornisce altro materiale. A me certe volte sembra una grande operazione di coprofagia. L’ho fatta sbrigtiva e sporca, per carità, e ci sono eventi i cui testimoni sono lì e le cui testimonianze, sarebbero impensabili, o meno efficaci, senza twitter. Anche io ho più domande che risposte, più dubbi che certezze. Ho soltanto paura che a forza di stare tutti “qui” dentro ci stiamo dimenticando del “là” fuori, e dimenticare molte, troppe volte si traduce in delegare. Se da una parte la rete sta cambiando il mondo (la narrazione del mondo, ma dal mio punto di vista oggetto e narrazione dell’oggetto coincidono), dall’altra ho paura che la rete stessa stia nascondendo il mondo, con l’information overload, le ridondanze, la moltiplicazione delle “quantità” e l’assottigliamento delle “qualità”.
Solo dubbi, ripeto.
Un altro pensiero che mi gira in testa da una decina d’anni e’ quello dell’attenzione come scelta inevitabile quando spinta dalla “moda” che e’ quello che diverte (oltre a quello che vende). E allora e’ cosi’ anche con le persone. Si sceglie di notare e commentare quando si vuole essere visti in compagnia di gente di un certo peso. Il che continua a trasformare vicende in scambi soggettivi: piu’ per dire “voglio farmi vedere da te che ti ho notato”…
Un discorso difficile da fare usando un elemento discontinuo come il commento (invece dello strumento continuo che e’ la conversazione). Un italiano arrugginito ormail, il mio.