la tigella un blog che non è un blog

Appunti sparsi sul #15O

10.17.2011 · Posted in politicherie

Ai tempi dei riot londinesi, quest’estate, ho litigato con parecchie persone in rete per il mio insistere a non chiamare i protagonisti di quelle giornate “vandali”, “saccheggiatori”, ecc.

Ora, probabilmente, mi attirerò qualche altra antipatia (da ogni parte, temo), ma ci sono un po’ di elementi che ho voglia e bisogno di mettere nero su bianco per provare a scacciare l’amarezza di questi giorni.

Innanzitutto, piantiamola di parlare di black bloc (e in questo senso apprezzo molto la “battaglia terminologica” di Leonardo). Il black bloc era tutta un’altra roba e dopo Genova, in Italia, non si è mai più visto.

In secondo luogo, sì, è vero: c’è una grande frustrazione in giro. C’è un’intera generazione che non ha speranze, che si sente inascoltata, che non trova rappresentanza politica, per la quale “i politici sono tutti uguali” e, sostanzialmente, non sanno dare risposte. Questa generazione si divide, in gran parte, tra chi si fa incantare dal primo Beppe Grillo di passaggio e chi frequenta centri sociali e diverse aree dell’antagonismo.

C’è un disagio, c’è una generazione senza speranza. Su questo bisogna riflettere. La politica deve riflettere e cercare e proporre risposte. E smettere di chiamare i ragazzi che sabato hanno mandato all’aria la manifestazione “violenti” perché, così come per Londra, in questo modo si liquida con semplicità una serie di problemi molto più complessi.

Ma questo disagio e questa mancanza di speranze non sono una tipicità italiana. E in Italia non sono nemmeno particolarmente più gravi che altrove. Questo 2011 ci ha fatto vedere una generazione disperata e pronta ad alzare la testa, riprendere in mano il proprio futuro attraverso il presente, decidendo di partecipare e di reinventare il modo di partecipare. In ogni paese in cui questo è successo si sono sviluppate modalità proprie, dalla Tunisia all’Egitto, dalla Spagna agli Stati Uniti e, ora, all’intero mondo.

Quello che mi turba profondamente è vedere che mentre in tutto il mondo si inventano modi nuovi di partecipare, elaborare e comunicare proposte, dare forma al conflitto, solo in Italia si pensa ancora che queste cose si debbano fare attraverso lo scontro fisico e violento. Io non sono una sostenitrice della nonviolenza senza condizioni. Ma gli strumenti di lotta politica si definiscono in base al contesto in cui si agisce, non esistono strumenti validi a priori ovunque.

L’ho scritto a caldo e lo confermo oggi, dopo aver letto tante, troppe rivendicazioni della violenza come atto politico, l’unico possibile: no, non è l’unico possibile e tutto il mondo ce lo sta mostrando, ad aver voglia di guardare.

4 Responses to “Appunti sparsi sul #15O”

  1. Ho iniziato a organizzare manifestazioni a 16 anni (ora ne ho 43) e non ricordo nemmeno quante ne abbiamo fatte, quanti striscioni abbiamo disegnato la notte prima della partenza e quanti fogli aveva il mio fascicolo in Questura, ma ti assicuro che “lo scontro fisico e violento” non è mai, mai, stato preso in considerazione.
    Certo sapevamo che qualcuno l’avrebbe adottato (allora li chiamavamo “autonomi”) ma abbiamo sempre cercato, certo a volte con scarsi risultati, di bloccare il tentativo volto a portare il movimento in altre direzioni. Il Movimento per la Pace negli anni 80 ha saputo fermare la corsa agli armamenti nucleari, senza tirare un sasso o rompere una vetrina, ma unendo forze laiche e cattoliche.
    Chi “pensa ancora che queste cose si debbano fare attraverso lo scontro fisico e violento” è fuori dal tempo, oggi come 25 anni fa.

  2. “Ma gli strumenti di lotta politica si definiscono in base al contesto in cui si agisce, non esistono strumenti validi a priori ovunque.” – quoto. a me è sembrata (ma accetto che possa non essere tutto così semplice) che fosse valida l’ipotesi degli infiltrati. se non altro perchè ritengo che le condizioni sottostanti e il background contingente fossero estremamente favorevoli ai provocatori (per accendere la scintilla, che poi non si siano fatti pregare due volte gli altri ok). quello che rode sta un po’ nel quote. e un po’ nella frase precedente – neanche gandhi escludeva la guerra come extrema ratio. MA questa non doveva essere una mera manifestazione di rabbia stile “hanno appena accoppato alexis grigoropoulos” , lì episodi distruttivi me li posso anche aspettare. ma bisogna essere in grado di separare i piani e avere in mente ciò che si vuole ottenere. meglio un sit-in di pochi che un corteo di molti e incontrollabili. imho.

  3. Grande! Finalmente sto trovando tanti interventi lucidi sulla faccenda. “Questa generazione si divide, in gran parte, tra chi si fa incantare dal primo Beppe Grillo di passaggio e chi frequenta centri sociali e diverse aree dell’antagonismo.” E poi ci sono quelli come me che ne hanno piene le scatole di entrambi: http://riccardo.cefala.net/2011/10/io-amo-i-black-bloc/

  4. Innanzitutto, secondo me, la “frustrazione” di cui parli si esprime in tanti altri modi, soprattutto per le persone che non manifestano, né frequentano movimenti. Per me questo sentimento di rabbia e frustrazione si legge negli scontri tra Ultras, nelle violenze domestiche, nelle risse stradali. Siamo infatti sicuri che una squadra di calcio, una gelosia o un parcheggio siano motivi validi per cui litigare, picchiarsi o addirittura uccidere? Deve esserci sotto qualcos’altro…

    Per quanto riguarda le forme di protesta dobbiamo inventarci davvero, come società, qualcosa di nuovo: i cortei e gli scioperi, per esempio, hanno smesso di produrre risultati dagli anni ’70, perché ormai questi strumenti sono stati “disinnescati”, eliminando il substrato su cui questi si sviluppavano e traevano forza e studiando e cannibalizzando tutte le criticità che essi presentano, vedi chi fa dei corsi su come “rovinare” un corteo sfruttandolo come vantaggio tattico.

Leave a Reply